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a cura di Emma Dovano

12/10/09 - UNA PIAZZA COME UNA MAGHERÌA, UN INFINITO LABIRINTO

Una piazza come una magherìa, un infinito labirinto

Lo scrittore è giovanissimo: e per un ragazzo così giovane decidere di buttarsi nel pozzo della paura per affrontarla e cambiarle la fisionomia è certamente un atto insolito, esperienza che non sempre può dare il risultato pensato e atteso. A volte può diventare rabbia che scava un altro pozzo, dentro. Il fatto è questo: Fiorenzo, a passeggio nel parco del Valentino con amici, finisce nel bel mezzo di una rissa e viene colpito dall'acido solforico che due bande di spacciatori nordafricani si stanno lanciando. Ustioni. Choc. Terapie al Cto di Torino per le ferite visibili e cura d'urto per quelle sotto la pelle: decide dunque di andare a vivere a Porta Palazzo per un anno, nel cuore di un quartiere dove abitano decine di etnie, con abitudini, lavoro e stili di comportamento sul filo del rasoio -con slittamenti frequenti e a volte tragici.
E Fiorenzo Oliva, che sa usare la scrittura e ne conosce la vita e la forza, descrive la Piazza e chi la occupa, conosce chi la vive come attività di lavoro, trascinando i banchi del mercato che è ancora notte e smontandoli di pomeriggio, chi la percorre scappando, chi si infila nel suo infinito labirinto di case, di cortili, di ringhiere e di tetti -anche i tetti sono suolo da percorrere e da utilizzare, in fondo.
Scrive -perché, dice, a Porta Palazzo non si può non scrivere- quello che lui ha conosciuto e sperimentato, attraversato molte volte dalla paura, convinto alla tolleranza e corroso dall'esasperazione: dice che questa convivenza di etnie è un circo in cui gli equilibristi viaggiano su delle lame affilate e i trapezisti si lanciano senza la rete sotto, in cui è possibile però una conoscenza corrisposta, una relazione. Molto difficile, certamente.
Il libro è quasi un diario di fatti giornalieri e quindi di per sé inesauribile nei suoi racconti, nelle azioni ogni giorno un pochino diverse, se non altro nelle attese, nei desideri. L'autore non fa un ritratto sociologico di un quartiere torinese: Fiorenzo Oliva si dà la libertà di viaggiare senza vincoli, liberamente avanti e indietro nei costumi dei tanti gruppi etnici, nelle chiacchiere con chi vuole discorrere, sedendosi ai tavolini delle trattorie, aspettando l'iniziativa degli altri, o attendendo il re-incontro di qualcuno che poteva essere quasi un amico.
Leggendo il libro, l'autore mi ha ricordato un giocatore di go e Porta Palazzo mi è sembrata un tavoliere con centinaia di intersezioni e con altrettante possibilità di creare reticoli con le pedine e spazi che quando sono conquistati diventano vere ‘colonie'. Quindi possibilità di presa se ci si avvicina troppo, prassi di accerchiamenti e astuzie, battaglie e anche scambi, invasioni e ritirate. Oliva ha scritto e giocato sul goban per un anno: possiamo intuire che il suo giocatore avversario sia stata la paura che poi, nel corso dei giorni e dei mesi, ha preso il nome di interesse o schieramento o partecipazione.

(ed)

Fiorenzo Oliva, Il mondo in una piazza, Stampa alternativa, (VT), 2009, pagine 200, € 11.

 

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