Critiche dell’Asgi alla "Bossi-Fini" "Come giurista sono preoccupatissimo": sono soprattutto alcuni principi della legge Bossi-Fini sull’immigrazione ad allarmare Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), intervenuto al dibattito su "Il lavoro dei migranti: tendenze, politiche, prospettive", svoltosi il 9 dicembre scorso presso l’Università Roma Tre. Trucco ha riconosciuto una sostanziale continuità rispetto alla normativa precedente: "Attraverso le specificazioni introdotte dalla nuova legge, tuttavia, arriviamo all’esasperazione: si tratta dell’enunciazione formale della condizione servile dello straniero". Il sistema rigido basato sulle quote d’ingresso; la chiamata a distanza, che "è una misura ipocrita e non ha mai funzionato, tanto che è sempre stata controbilanciata dalle varie sanatorie"; la facilità con cui "si scende dalla posizione di ‘regolare’ a quella di ‘irregolare’, ma l’impossibilità di compiere il processo inverso": sono questi alcuni degli elementi più preoccupanti della nuova legge. Ma ciò che più esprime il "salto qualitativo" di questa normativa è, secondo Trucco, il contratto di soggiorno: "Il datore diventa una figura pubblica fondamentale, in quanto è lui a determinare il rilascio e la durata del permesso di soggiorno. A un contratto a tempo indeterminato, corrisponde un permesso di soggiorno di due anni: ma sappiamo benissimo che un posto fisso è un Araba Fenice anche per gli italiani". Si instaura così, attraverso il contratto di soggiorno, una stretta dipendenza del lavoratore straniero rispetto al suo datore di lavoro: qualora infatti lo straniero dovesse perdere il lavoro, avrebbe sei mesi di tempo (dopo la scadenza del permesso di soggiorno), per trovarne un altro, altrimenti sarà espulso. "Il licenziamento, dunque - continua Trucco - è l’anticamera dell’espulsione. Così, capita che l’espulsione tocchi anche a tanti cittadini stranieri che, pur vivendo in Italia da molti anni e avendo qui la propria famiglia, i propri figli, la propria casa, non riescono a trovare un lavoro, semplicemente perché ormai non hanno l’età adatta ai lavori normalmente svolti dagli stranieri". Da tale analisi, deriva la conclusione, tutt’altro che ottimista: "La vera conquista dell’Europa è il riconoscimento universale dei diritti umani: di fronte alla questione immigrazione, stiamo rischiando di perdere tutto. Nella nostra comunità, infatti, vivono molti uomini e molte donne cui viene negato l’accesso ai diritti basilari: tanto, che si torna a parlare di ‘sudditi’". Occorrono dunque degli sforzi concreti, per restituire agli immigrati una dignità che spesso viene loro negata: "superare il sistema rigido degli ingressi e fare in modo che l’ingresso regolare sia conveniente; favorire l’emersione dalla clandestinità; ridurre l’espulsione ad extrema ratio, e non farne il sistema centrale per regolare l’immigrazione; chiudere i Centri di Permanenza Temporanea, in cui è drasticamente ridotta la fruizione di diritti; rendere accessibili agli stranieri gli strumenti giuridici fondamentali; riconoscere il diritto di voto agli immigrati, senza vincolarlo al censo o ad altre misure discriminatorie". Accanto a queste misure normative, serve, secondo Trucco, uno sforzo culturale forte, "perché, come afferma Bobbio, l’unica differenza tra un regime autoritario e uno democratico è che il primo è esclusivo, mentre il secondo è inclusivo, cioè include le persone nel godimento dei diritti fondamentali". (10-12-03; fonte: Redattore sociale) |